La vita è una guerra

soldatorusso

di Vincenzo Sparti

In questa foto c’è molto dell’esistenza umana, almeno di quella che ho imparato a conoscere.

Siamo a Kursk, Russia. E’ l’anno 1943 e di qui a poco avrà luogo la più grande battaglia di mezzi corazzati della storia. L’uomo è una canna al vento, figuriamoci cosa diventa in un campo di guerra dove è raccolta la più grande concentrazione di carri armati mai vista prima.

La consapevolezza della propria fragilità trasuda dall’espressione di questo soldato che ha di fronte l’evento più importante della sua vita, di sicuro l’evento che può sancire la fine del suo cammino terreno.

Di fronte a ciò, il soldato tiene in mano il crocifisso, lo sguardo perso nel vuoto. Ricorda il passaggio di Dostoevskij sull’opera di Kramskoj “se ne sta in piedi come sovrappensiero, in realtà non pensa, ma contempla qualcosa”.

Il soldato non pensa, nella sua orazione contempla, ha l’animo proteso a Dio nella sua preghiera. Forse sente o cerca di ricordare le voci dei suoi cari. Forse ha dei bambini piccoli, una moglie, un padre. E’ lì tutto solo, si è sempre soli di fronte alla morte.

Però in quel crocifisso risiede la dignità del popolo russo, la sua fede incrollabile nel Dio Eterno, lo sguardo dei russi rivolto al cielo, la loro capacità di amare con tutto il cuore, che furono poi la ragione per cui i russi batterono i tedeschi, così come avvenne nella battaglia di Kursk. Così si esprime Primo Levi ne “la tregua”: “sotto le apparenze sciatte ed anarchiche, era agevole ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati dell’Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amore di patria; una disciplina piú forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi. Era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella, e non questa, avesse da ultimo prevalso”.

Il soldato accanto cerca di esorcizzare la paura con ostentata aggressività, ma le armi da fuoco non si lasciano intimorire. Ciò che fa la differenza tra i due è la consapevolezza, a prescindere da chi resterà in piedi alla fine dello scontro.

La vita è una guerra, dicono gli americani, ma la sua chiave di volta è proprio nella consapevolezza, nelle motivazioni per le quali si vive. Una volta dissi ad uno studente di giurisprudenza appena immatricolato che per riuscire non avrebbe dovuto lavorare sui libri, ma più di ogni altra cosa sulla sua motivazione, avrebbe dovuto lavorarci ogni giorno, e giorno e notte, perché soltanto questo avrebbe reso il suo studio consapevole e non meccanico, mantenendo desto lo sguardo alla meta.

La motivazione del soldato russo è tutta in quella croce che tiene tra le mani. “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”. La preghiera del russo diventa insieme speranza (di restare vivo) e fiducia che Dio sarà comunque rifugio e fortezza, che Dio non l’abbandonerà mai. Chi vive con questa consapevolezza è già invincibile.

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