La povertà è il frutto delle politiche economiche perseguite. Non è un incidente di percorso, ma il risultato ottimale programmato e raggiunto

marcinelle

di Daniele Re

La retorica delle Istituzioni non è mai neutra né è mai semplicemente falsa. La mistificazione della storia che essa puntualmente contiene, come nel caso del 60 anniversario della strage di Marcinelle, serve in realtà a stordire, a nascondere i fatti, ad ottenebrare le coscienze. Così parlare di “eroi” o del coraggio di “concittadini” che sarebbero morti per “risollevare se stessi e le loro famiglie dalla devastazione del secondo conflitto mondiale”, significa, questo sì, offendere la loro e la nostra memoria.

La perdurante emigrazione meridionale come la diaspora africana non hanno nulla di eroico o di fatalistico ma si iscrivono in specifiche strutture economiche che, incentrate su alcune istituzioni e svariati accordi transnazionali (Unione Europea, FMI, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, ecc…) e fondate sulla diseguaglianza delle ragioni di scambio, continuano a consentire a poche centinaia di multinazionali e di gruppi finanziari di soggiogare il mondo intero, sfruttando la manodopera e creando sacche crescenti di disoccupazione, povertà e miseria.

I minatori di Marcinelle erano, in verità, dei contadini disperati, costretti ogni anno ad abbandonare a decine di migliaia la loro terra (il Sud Italia) a causa di una precisa scelta di politica economica e sociale perseguita con spietata volontà anche dallo Stato repubblicano e tendente a concentrare l’industrializzazione nelle sole regioni del Nord Italia. Anche le vittime della miniera belga del 1956 erano dunque parte di quello sterminato esercito industriale di riserva sfruttato fino al sacrificio estremo per assicurare a basso costo il decollo dell’industria del centro Europa. Ricondotte, dunque, dentro la loro reale cornice, acquistano agghiacciante coerenza le cronache di quei tempi che ci informano di come gli uomini destinati alle miniere belghe venissero reclutati a Milano e, in cambio di qualche chilo di carbone necessario alle industrie italiane, spediti oltralpe per essere alloggiati all’interno di baracche, già utilizzate per i prigionieri di guerra. Insomma, la perdurante emigrazione meridionale come la diaspora africana non hanno nulla di eroico o di fatalistico ma si iscrivono in specifiche strutture economiche che, incentrate su alcune istituzioni e svariati accordi transnazionali (Unione Europea, FMI, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, ecc…) e fondate sulla diseguaglianza delle ragioni di scambio, continuano a consentire a poche centinaia di multinazionali e di gruppi finanziari di soggiogare il mondo intero, sfruttando la manodopera e creando sacche crescenti di disoccupazione, povertà e miseria. La classe politica italiana, anch’essa serva a tutti i livelli di questo sistema, non è in grado di gettare uno sguardo appena serio su questo stato di cose. Incapace di analisi vere su un passato tragico come quello di Marcinelle ed avendo finanche smesso di tenere la contabilità dell’emigrazione meridionale, essa si è sinistramente condannata a contare anno dopo anno i morti che continuano a popolare il mare Mediterraneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *